A Firenze tutto Bnb

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Firenze
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«Qui c’era un fruttivendolo, là un lattaio. Delle attività storiche è rimasta solo una luitaia, lì all’angolo. Il resto sono tutti posti per mangiare». I fiorentini la chiamano “mangiatoia”. È via dei Neri, pochi metri dietro gli Uffizi. «È tutto per turisti». Ad accompagnarci lungo questa breve via nel cuore di Firenze è Isotta, 28 anni, figlia di una delle poche fiorentine-doc rimaste nel quartiere: «Siamo due su sette nel palazzo, gli altri appartamenti sono tutti affittati ai turisti». Ristoranti, pizzerie, forni. E tanti vacanzieri in fila per mangiare. Nel corso degli anni, i vecchi residenti sono scomparsi: «Il fenomeno più comune è che chi ha casa in centro l’affitta e si trasferisce fuori città». Le conseguenze sono chiare: «Prima c’erano famiglie, una comunanza tra i residenti. Adesso è tutto Airbnb». Affittare ai turisti la propria casa, però, può essere anche una risorsa: «Se la città non è più vivibile, si viene spinti a vedere l’alternativa di affittare e andare fuori come una cosa migliore – ribatte Isotta – Anche mia madre ci sta pensando. Ma perché la città va in una direzione che il cittadino non sceglierebbe. E questo non lo ritengo giusto».

Chi ha fatto di necessità virtù, anzi una professione, è Giovanni Gandolfo, che amministra una società di affittacamere e gestisce numerosi appartamenti di privati. Proprio quelle case centrali una volta abitate da fiorentini e che oggi vedono avvicendarsi al loro interno turisti da tutto il mondo. «Se la posizione è strategica e la struttura ha un buon livello di rifiniture e arredamenti, con l’affittanza turistica breve, Airbnb per intenderci, si possono avere rendite fino al 40-45 per cento in più rispetto a un affitto annuale». In pratica, a fine mese, se ne può ricavare uno stipendio. 

A far fuggire i fiorentini per Giovanni sono anche alcune «politiche di gestione della viabilità e vivibilità del centro: pedonalizzazione selvaggia, cantierizzazione, eccetera». A suo avviso, il boom dell’affittanza a breve termine però è destinato a stabilizzarsi: «Chi si è improvvisato, se non si aggiornerà, sarà mangiato dalla concorrenza». «Ma la concorrenza – aggiunge – deve essere ad armi pari. Se da una parte, nel rispetto delle norme, uno può fare ciò che vuole con la propria casa, dall’altra è giusto che chi fa impresa venga tutelato».  Il tema è stato affrontato anche dall’amministrazione fiorentina: a fine 2017 la Giunta e Airbnb hanno raggiunto un accordo sulla tassa di soggiorno. «La collaborazione – si legge nel sito istituzionale – prevede che i prezzi degli alloggi reperibili sul portale siano già comprensivi dell’imposta di soggiorno e che questa venga versata direttamente alle casse comunali». Obiettivo è far emergere il sommerso e raddoppiare il gettito che proviene dalla locazione turistica. 

A difesa dell’accoglienza “tradizionale”, ci stanno gli albergatori, rappresentati da Francesco Bechi, presidente di Federalberghi: «Il nostro è un mondo consolidato di grande professionalità. La differenza la fanno i servizi e la formazione dei nostri operatori». Dopo anni in cui il tema dell’affittanza a breve termine «era stato sottovalutato, se non ignorato», per Bechi ci sono segnali positivi: «La regione Toscana ha creato un codice identificativo ai fini turistici che consente un censimento e una regolarizzazione del cosiddetto “extra-alberghiero”». «Ma – prosegue – c’è moltissimo da fare: se un’unità abitativa ha una funzione ricettiva deve essere equiparata anche in termini di fiscalità, non solo con la tassa di soggiorno». Ne va del futuro della città: «L’amministrazione che guiderà la città nei prossimi cinque anni dovrà avere al centro il tema non definibile solo come overtourism, ma come cura e preservazione di un ambiente delicato, sensibile e fragile come Firenze».

La logica dei servizi è il vanto anche del Consorzio Firenze Albergo, che ha lanciato la campagna pubblicitaria “Hotels do it better”. «Io sono fiducioso, spero che l’albergo avrà la meglio sugli affitti stile Airbnb, che continueranno ad esistere, ma in forma più regolamentata», spiega Giovanpaolo Innocenti. Il presidente del Consorzio ha scelto di restare a vivere in centro: «Da fiorentino, mi dispiace che molti concittadini vadano a vivere fuori, perché preferiscono affittare la casa, perché questo sarà il futuro. Io non ci credo».

C’è anche chi crede che siano le città in toto a dover essere concepite in maniera diversa. «Il volto di Firenze è stravolto», afferma Roberto Budini Gattai, urbanista e membro del progetto politico Per un’altra città. «Serve un cambiamento profondo, mettere il diritto alla buona vita davanti a tutto: c’è bisogno di aria pulita, spazi verdi, armonici, organizzati, che non siano sottomessi alla sola regola del profitto. Al contrario l’industria turistica punta solo allo sfruttamento della città monumentale». La soluzione, per l’urbanista, viene dal passato e si chiama periferia: «Bisogna raccogliere l’insegnamento della città medievale, dove tutte le zone erano tra loro integrate». Firenze, come tutte le città, ha cambiato volto più volte nei secoli. Per Budini Gattai l’ultima trasformazione, quella del turismo di massa, è cominciata nei primi anni Ottanta: «Con il restauro dei bronzi di Riace, che furono esposti per tre mesi». C’è un altro turning point: il 1986, anno in cui Firenze viene nominata Capitale europea della cultura. Poi negli anni Novanta il vero boom: si toccarono i 6,8 milioni di presenze. Numeri in aumento anche negli ultimi vent’anni: 7,2 milioni nel 2007, quasi 10 nel 2017. Lo spiega Lorenzo Giudici nel suo saggio “Political economy del turismo a Firenze”, in Economia della cultura (2018), per cui «l’imperativo di massimizzare i benefici economici garantiti dall’esplosione turistica» è diventata la «stella polare» delle strategie di sviluppo urbano. Il decentramento di università, uffici, tribunali, la nascita dei centri commerciali hanno contribuito alla «riconversione degli esercizi centrali in servizi per il turismo».

Ed ecco che le vie del centro pullulano di agenzie e volantini che promuovono tour dei monumenti principali, risciò, guide o presunte tali. In mezzo al brulichio di visitatori e operatori, c’è chi prova a praticare un turismo diverso. Vania Fanciullacci e la sua associazione culturale Marginalia: «Abbiamo dato vita a una serie di percorsi, non sempre battuti. Accompagnati da storici, architetti, botanici, perfino attori e musicisti».  Si tratta di «una spiegazione che non deve avere il sapore di una lezione scolastica, ma che sia un viaggio nella storia». E, a quanto pare, funziona. «Abbiamo un’ottima risposta. Il nostro pubblico è principalmente italiano, gente che ha a cuore il proprio territorio, i propri monumenti, ville, giardini. E li vuole conoscere».

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