A Venezia tutto Bnb

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Venezia
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“Venezia è un ristorante a 5 stelle, ma lo svendiamo come fosse un McDonald”. Matteo Secchi, veneziano da sempre, utilizza il cibo come metafora per raccontare la trasformazione della sua città. Come un fast food, negli ultimi anni è diventata preda di appetiti veloci, facili, di turisti affamati che in poche ore approdano sull’isola, scattano centinaia di selfie, invadono piazza San Marco e il ponte di Rialto per poi ripartire, al collo una maschera di Carnevale e la soddisfazione di aver “visitato” uno dei luoghi più belli al mondo. Ridotto ormai ad attrazione da luna park. Insieme ad altri cittadini, Matteo nel 2000 ha creato un sito, Venessia.com, che si batte per i diritti dei residenti e per denunciare la scomparsa dell’identità di quella che un tempo fu la capitale della Repubblica Serenissima. Una crisi che ha visto Venezia precorritrice di quel turismo di massa che sta inesorabilmente omologando i centri storici delle città italiane. E che qui, portato alle sue conseguenze estreme, ha contribuito a rendere la città un guscio vuoto, privo dei suoi abitanti. La discesa è inarrestabile: se negli anni ’50 il centro storico di Venezia contava una popolazione di 176mila persone, oggi si è di poco sopra i 50mila. Due terzi dei veneziani hanno fatto le valigie e se ne sono andati. “Per inchiodare l’amministrazione alle proprie responsabilità”, nel 2008 Venessia.com ha deciso di installare un countdown in una farmacia centralissima, a pochi passi dal ponte di Rialto. Un contatore luminoso che, quasi in tempo reale, aggiorna il numero dei residenti: la media è un calo di mille all’anno. Uno stillicidio, esposto in vetrina a decretare la fuga dall’isola verso la terraferma. “La città ha iniziato a trasformarsi negli anni ’80: fu la ripresa del Carnevale a segnare un cambio e uno spartiacque”. A sostenerlo è Alessandro Bressanello, attore di cinema e di teatro. “La stagione invernale su Venezia era morta, gli alberghi erano quasi tutti chiusi, al Lido non esisteva niente, la stagione iniziava in primavera e finiva al massimo a metà novembre. Dal primo anno del Carnevale – spiega -, in cui gli alberghi erano ancora chiusi, ci fu un’affluenza incredibile e gli albergatori e ristoratori tirarono le orecchie e incominciarono ad aprire anche in quel periodo”.

Rialto no se toca – Se quello fu un primo momento di svolta, negli ultimi 15 anni la globalizzazione e le liberalizzazioni hanno fatto il resto. I voli low cost e piattaforme come Airbnb hanno aperto le porte – o meglio, le bocche di porto – all’invasione. Nel 2017 la città ha ospitato 9,5 milioni di turisti, mentre le presenze sono state 37 milioni: una media di 73,8 visitatori l’anno per ogni residente in città. Ma guai a dare la colpa solamente agli affitti brevi. “Airbnb è solo uno degli aspetti: certo, ha scatenato l’ingordigia dei padroni di casa, che hanno iniziato ad affittare ai turisti e non ai residenti. Ma esistono altri fenomeni concomitanti: a Mestre, ad esempio, hanno inaugurato dei mega ostelli dove dormire a pochissimo e che facilitano quel turismo di giornata, che non porta indotto”, è l’esempio che porta Bressanello, che ricorda come, già anni fa, si scendeva in piazza per protestare al grido di “Venezia non è un albergo”. Oggi fa parte del Gruppo 25 Aprile, piattaforma apartitica che dal 2014 si occupa dei problemi dei veneziani, in primis quello della casa. Portano nel nome la data della Liberazione, che in città viene festeggiata anche in quanto Festa di San Marco.

Sono impegnati in una costante e tenace lotta urbana. “L’esodo di abitanti sta portando alla scomparsa dei negozi di vicinato: hanno iniziato a chiudere il fabbro, la ferramenta, ormai non sono più redditizi”. Nascono invece come funghi mini-market delle grandi catene di supermercati.
Emblematico è il caso del mercato del pesce di Rialto. Un tempo cuore pulsante della città, il mercato più antico di Italia si è ormai ridotto a pochi banchi, che ancora stoicamente resistono sotto i magnifici colonnati della Loggia della Pescheria. Sono rimasti in sei. A “proteggerli” un cartello appeso a una colonna, che recita: “Rialto no se toca”.


Biglietto di ingresso – Molti veneziani sanno di essere preda di una contraddizione continua: la gran parte dei loro affari è legata al turismo, che ha però raggiunto una dimensione insostenibile. La sensazione è quella di segare il ramo su cui la città, con le sue deboli fondamenta, poggia. Tra chi vive questo paradosso c’è sicuramente Nicola Ussardi. Di mestiere lavora in una bancarella che vende souvenir per turisti; nel tempo libero milita in centri sociali e Asc Venezia, l’Associazione Sociale per la Casa che si batte per garantire il diritto all’abitare. “A Venezia c’è un sacco di gente senza casa e un sacco di case senza gente all’interno – denuncia -. C’è una continua migrazione verso la terraferma, da parte di cittadini che non riescono più a permettersi un affitto del mercato libero, che magari avrebbero anche diritto al mercato della casa pubblica, ma sulle politiche abitative non c’è nessun passo in avanti da una ventina di anni, non ci sono nuovi bandi”.

A ciò, prosegue Ussardi, si è aggiunto il tornado Airbnb. “Ci sono anche cittadini veri che hanno scelto di affittare Airbnb nella canonica maniera. La piattaforma ha però ingolosito le grandi società immobiliari, che prendono decine e decine di appartamenti. E poi – aggiunge – c’è il famigerato caso del cambiamento di destinazione d’uso: un palazzo storico che viene destinato ad un affitto turistico”. Come esempio cita il caso di un convento trasformato recentemente in albergo. “La città ha bisogno di manutenzione – chiosa Bressanello – metti una mano qua e si apre un buco di là”.
Nessuno crede che per salvare Venezia dal diventare un parco giochi serva introdurre il numero chiuso. Misure come i tornelli all’ingresso della città o altre restrizioni simili sono bollate come propaganda politica più che come reali soluzioni al problema. A fine febbraio il consiglio comunale ha definitivamente approvato il regolamento di applicazione del contributo di accesso al centro storico. Una tassa di sbarco che varia dai 2,5 ai 10 euro e che dovrà essere pagata da chi arriva nella città lagunare e non è residente. Una misura, quella del ticket di ingresso, che rischia di velocizzare la trasformazione del centro storico della città capitale del sovraffollamento mondiale in un museo a cielo aperto, privatizzato e non accessibile a chi non può permettersi di pagare un obolo per perdersi tra le calli del capoluogo veneto.

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