Per il governo italiano, la stretta sugli affitti brevi può attendere

Poteva rivoluzionare gli affitti a breve termine in Italia. Un emendamento al Milleproroghe del Partito Democratico, a firma di Nicola Pellicani e Rosa Maria Di Giorgio, che puntava a introdurre un giro di vite per colpire in particolare le piattaforme online come ‘Airbnb’, prevedendo che i comuni dovessero rilasciare una licenza ad hoc e potessero fissare un tetto alla durata dei soggiorni nell’arco di un anno, con un occhio particolare ai “centri storici”. Non solo: i privati per poter dare in affitto più di tre stanze, anche per meno di 8 giorni, avrebbero dovuto aprire una partita Iva. L’emendamento ha però avuto vita brevissima, ed è stato subito ritirato da uno dei suoi stessi firmatari, il deputato Nicola Pellicani. Motivo, le polemiche che aveva suscitato e la forte opposizione da parte di Italia Viva.

Nel dettaglio, veniva prevista la possibilità per i Comuni di stilare un regolamento che si occupasse degli affitti lampo o di breve durata, seguendo due criteri: da un lato subordinando l’attività di locazione di breve periodo di alloggi per uso turistico al rilascio di una licenza comunale, stabilendo annualmente il numero di licenze a disposizione e i criteri di assegnazione, cioè un tetto da rispettare. Dall’altro, il regolamento comunale avrebbe dovuto stabilire un limite di durata delle locazioni in un anno solare, differenziandolo anche in relazione alle esigenze delle zone del territorio, con particolare attenzione ai centri storici e le aree di interesse culturale e artistico. Non solo. L’emendamento avrebbe introdotto anche una novità per i privati cittadini che affittano più di tre stanze, anche in alloggi diversi. Questi locatari avrebbero dovuto dimostrare di non svolgere l’attività di locazione con “professionalità” e “organizzazione”, per non essere considerati professionisti del settore e quindi essere obbligati ad aprire la partita IVA.

Italia Viva, sul piede di guerra su vari fronti, aveva annunciato di essere pronta a dare battaglia e a votare contro: Luigi Marattin, vicepresidente del gruppo a Montecitorio, ha dichiarato che fosse sì necessaria una “migliore regolamentazione” ma che questo non doveva tradursi “con maggiore burocrazia, con il blocco del mercato e con il freno ad un’attività che finora ha stimolato turismo e ha portato benefici a tutti”. E Confedilizia è arrivata a definire la misura “inaccettabile e di dubbia legittimità costituzionale”. Travolto dalle critiche, l’emendamento è saltato.

“Risulta difficile comprendere l’opposizione all’introduzione di poche, semplici ed efficaci norme che stabiliscano i criteri per regolamentare gli affitti brevi – è il commento di Pensare Urbano, un laboratorio sul Diritto alla Città nato a Bologna lo scorso anno -: se gli host italiani gestiscono questa attività in forma imprenditoriale è giusto che rispettino le norme che già regolano il settore. Non si può invocare una deregolamentazione del settore in nome di una presunta innovazione, che del resto tale non è”. Pensare Urbano ha lanciato un appello per riprendere “i contenuti previsti dall’emendamento ritirato auspicando, più in generale, un intervento normativo organico in materia di affitti brevi”.

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Publiée par Pensare Urbano sur Mardi 4 février 2020

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